Realizzato da un altro autore italiano di tutto rispetto, tale Lorenzo Mattotti, classe ’54, famoso oltre che come fumettista anche come illustratore/designer, Chimera è una delle cose più oniriche che ho nella mia piccola biblioteca di letteratura a fumetti. Dato alle stampe in una bella edizione da Coconino Press (nel caso vi interessi, questa volta si parla di un regalo di un amico e non di mia moglie) questo volume, in bianco e nero, praticamente senza una sola parola di testo, stupisce per l’impatto emotivo che riesce a trasmettere con una tecnica di disegno “semplice” ma portata all’estremo. Le scene scivolano semplicemente via, tra una tavola e l’altra, con le linee che le compongono che si animano per dare forma e tono a ciò che vediamo (o che a tratti riusciamo solo a scorgere) permettendo una altalena di velocità, aggiungendo quasi l’audio al progredire che ci cattura. Un sogno che diventa un viaggio, o un incubo, che mostra immagini che sembrano uscire dalle angosce della nostra infanzia, o da un luogo comune, unico, da cui anche le fiabe sono nate. Un’opera importante e preziosa. Da avere, se apprezzate anche le cose un po’ al limite, o almeno da gustare in biblioteca se questo tipo di disegno, o il format della narrazione, non vi lascia tranquilli prima di una prova.
Ok, questa è proprio un’opera per appassionati. Firmata da Neil Gainman, basata su un soggetto di Alice Cooper (yes, proprio il cantante di Poison) collegato all’album omonimo, ed egregiamente disegnata da Michael Zulli, riesce comunque a risultare bella, ma non eccelsa. Bella perché il tratto è notevole, l’ambientazione è intrigante e i personaggi (in primis l’alter ego di Cooper – ) hanno l’aspetto e la voce che ti aspetti da loro. Non eccelsa perché la storia è quasi un classico – quindi entro un certo limite, scontata. Cioè, scontata per Gainman – intendiamoci. Scontato perché quella firma ti fa attendere qualcosa di più - anche da un presupposto come quello fornito: Steven, adolescente scontento della propria condizione, entra in contatto con l’imbornitore del Teatro del Reale, che gli offre una via di fuga dalla sua quotidianità – una possibilità di rimanere sempre giovane in un mondo alternativo. Magia e brividi in una storia in cui il finale è esattamente quello che si immagina se questo fosse un film. Bello, quindi, come un film anni 80. Ma, sì, forse non indimenticabile come invece quasi tutto il resto della produzione del grande Gainman.
Più o meno un milione di anni fa (quando facevo le medie) insieme ad un mio amico gestivo quello che era un giornalino scolastico “non ufficiale”, dal titolo magari un po’ scontato de “L’Urlo dello Studente“. All’interno dello stesso, insieme a parecchi refusi, si potevano trovare brevi articoli, alcuni giochi enigmistici, qualche racconto (non sempre originalissimo) e pure dei fumetti – disegnati da me (come del resto la copertina).
Suppongo che in un mondo normale ci si limiterebbe a vergognarsi di nascosto di quanto fatto allora, buttando via le copie risparmiate dal tempo. Ma tenendo conto che siamo nell’epoca dei social media – e che vergognarsi di qualche disegno non proprio eccelso è ormai una cosa che non appartiene più al sentire comune – vedrò di proporre su queste pagine qualcosa di questa piccola produzione. Nel caso, improbabile, che a qualche curioso possa far riflettere il fatto che in tanti anni io non sia neppure riuscito a perdere i giornalini di allora
Ok, è vero, sembra proprio che io recensisca (o meglio, parli) quasi solo, per le cose in italiano, della Coconino Press. Il motivo non è che mi pagano per farlo (quando mai?) né che mi mandano loro copie omaggio per recensione (magari
…), ma solo che le loro edizioni sono piuttosto belle, ben distribuite, e piacciono a mia moglie (principale fonte di regali di questo tipo). Giacché cmq così è lei che mi sceglie le opere da gustare, capita spesso che io (ignorante quale sono) non conosca già alcuni degli autori che mi capitano tra le mani.
Spesso però questa cosa non è un grosso svantaggio, anzi. Perché non so infatti se avrei acquistato io Cinquemila chilometri al secondo (del giovane ma importante Manuele Fior, di Cesena) – tenendo conto che prediligo tematiche di genere. Perdendomi così una ottima graphic novel – dal tratto ad acquerello caldo e gradevole – con un plot leggero solo in superficie, che, raccontandoci di un amore che si sviluppa, contorcendosi, tra l’adolescenza e l’età adulta, ci dipinge quadri intensi e veri, che solleticano a più riprese la memoria e il sogno.
La storia di due amici per la pelle (Piero e Nicola) e di una ragazza (Lucy), del loro essere giovani insieme, dell’amore che nasce e che complica le cose, e dello separarsi, perché la vita è così, con Lucy che parte per la Norvegia e Piero, per seguire una passione che cresce a ritmi differenti, in Egitto. Per poi ritrovarsi, di nuovo in Italia, a distanza di anni. E in mezzo una telefonata, un momento in cui le cose iniziano a sedimentarsi, tra Oslo e l’Africa, con la voce che si sente in ritardo. Un secondo di delay, per via dei quasi cinquemila chilometri. Una poesia che diventa titolo.
Un testo da consigliare, premiato lo scorso anno in una importante competizione internazionale, con tavole delicate e mature, tutte da gustare.
Carico di morte, noir, crudo e freddo, tanto coinvolgente quanto dannato. Così è Posizione di tiro, dell’autore Jean-Patrick Manchette, reso graficamente da Jacques Tardi (noto per l’eroina Adele Blanc-Sec, portata sul grande schermo lo scorso anno da Besson) e pubblicato in un bel formato “largo” dalla Coconino Press. Dal tratto “francese” e dal ritmo incalzante, nonostante i tanti silenzi del protagonista Martin (spietato killer, che cerca di abbandonare il mestiere per tornare dall’amata di gioventù), questa graphic novel si appoggia egregiamente su una bella storia, che ci porta, dopo un breve inizio negli Stati Uniti, in una Parigi percepibile ma davvero poco poetica. Una Parigi in cui si muovono malavitosi di vario livello, interessati a un colpo di un livello superiore, che vogliono assolutamente venga portato a termine dal nostro ormai riluttante assassino, in cui strade anonime, case anonime e alberghi sono le location dominanti, in cui il body count sale rapidamente pagina dopo pagina. Fino ad un buon finale, che giustifica il titolo dell’opera, e che rende parzialmente circolare il tutto. Completando degnamente un percorso carico di vuoto e di errori, così plausibilmente surreale da lasciare una traccia fredda nella memoria, quando prova a ritornare alle singole pagine, ai singoli eventi.
Un bel volume, da leggere se si apprezzano le storie crude e se si apprezza il tratto deciso ma graffiante di Tardi.